I martiri di Otranto

Nel XV secolo l’allora Terra d’Otranto era parte del regno aragonese e assieme a tutto il resto del sud Italia era vittima delle scorribande dei corsari turchi, in cerca di schiavi e facili bottini. Il territorio era abitato da agricoltori, pescatori, artigiani e piccoli commercianti e i soldati destinati a proteggerli erano molto pochi.

Gentile Bellini, Ritratto di Maometto II, 1480, National Gallery, Londra

 

Nel 1451 Maometto II salì al trono turco e divenne sultano ancora bambino. Dopo aver messo fine all’Impero Bizantino con la conquista di Bisanzio (1453) ed aver conquistato l’Anatolia, volse il suo sguardo ad occidente. Dopo aver incontrato molte difficoltà nella conquista della penisola balcanica, decise di attaccare direttamente la penisola italiana, ed il Salento rappresentava una testa di ponte imprescindibile per la conquista dell’Italia.

Decine di migliaia di soldati musulmani vennero ammassati in Albania, e nel 1480 il generale Ahmet Pascià lanciò l’attacco contro Otranto.

 

 

Il re Ferrante d’Aragona, sottovalutando la minaccia e le richieste di aiuto dei signori locali, inviò un esiguo contingente a difesa della città idruntina. Dopo una illusoria vittoria dei cristiani ai laghi Alimini, la città fu assediata per diverse settimane e la superiorità turca ebbe la meglio nonostante la strenua difesa della cittadinanza.

Icona dei martiri di Otranto
La Cattedrale di Otranto

 

 

Alla carneficina sopravvissero circa 800 uomini, che il giorno dopo vennero messi davanti ad una scelta: abiurare la fede cattolica e convertirsi all’islam o essere passati per la spada. La popolazione di Otranto, profondamente credente e sicuri della propria dignità di fedeli, rifiutarono questo crudele compromesso. Vennero quindi condotti in cima al colle della Minerva e furono decapitati. Come ultimo sfregio alla città ed alla fede cattolica, la cattedrale venne utilizzata come stalla.

In numero di circa ottocento furono presentati al Pascià che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impiegò la satanica sua eloquenza a fin di persuadere a’ nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo sicuri della buona grazia d’Acmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti quei beni che godevano nella patria; in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve n’ebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, d’età provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: ‘Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui’. E voltatosi ai Cristiani disse queste parole: ‘Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio’. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che più tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo”.

De Ferraris-Galateo

Il martirio di Otranto

Le poche centinaia di persone che riuscirono a sfuggire dall’eccidio poterono vedere la riconquista della città ad opera dei cristiani nel 1481. Sul luogo del martirio, venne eretta in loro onore la chiesa di santa Maria dei martiri. I resti delle vittime dell’eccidio ottomano sono conservati in una cappella appositamente costruita all’interno della cattedrale.

Anche alla luce di questo tragico avvenimento, l’imperatore Carlo V decise di disporre sulla costa salentina le torri di avvistamento che ancora oggi decorano il panorama del tacco di Puglia.